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Gli alberi di Horat
Leonardo Sciascia -1985

Gli alberi di Carla Horat Albiero. E immediatamente – se appena si ha una certa dimestichezza con l’arte dell’incidere in acquaforte, con la sua storia – si pensa a Jean Frèlaut, “peintre-graveur” che dai primi del secolo fin quasi ai nostri anni ha inciso alberi, alberi: senza monotonia, sempre inventandoli (e basti ricordare quel centinaio di acqueforti che adornano il Monsieur de Lourdines di Alphonse de Chateaubriant: una delle più belle “edizioni numerate” in cui ci si possa imbattere). Entrambi – Frélaut come Carla Horat – sembrano prediligere lo stesso tipo di albero: quello che, spoglio, ha rami dritti sottili che fanno raggiera. È un albero che, per me siciliano, evoca il nord, i lunghi inverni, i cieli diafani, le nebbie.
Ma tutte le incisioni di Frélaut sono “invernali”. E anche quelle di Carla Horat. E non si potrebbe forse andar oltre, dire che l’inverno è stagione congeniale all’arte incisoria, che al di là dell’oggetto “invernale” che ritrae: ramo, albero, paesaggio – tout court “invernale”, connaturato all’inverno, all’assenza del colore, alla essenzialità delle linee, alla denudazione di ogni cosa che l’inverno opera, l’acquaforte è sempre?
Ma dal generale al particolare, c’è modo di essere, nell’acquaforte, “invernali”; così come c’è inverno e inverno – diverso o diversamente modulato – per ogni artista; sicché l’inverno di Frélaut, a guardar bene, ha ben poco a che fare con l’inverno di Carla Horat. L’inverno di Frèlaut è l’inverno contadino, l’inverno dell’immutabile e puntuale vicenda della natura, dell’ordine, dell’obbedienza del lavoro umano a un tale ordine, del consentire della natura all’uomo e dell’uomo alla natura; l’inverno di Carla Horat ha invece un che di definitivo, di pietrificato, di apocalittico. Non ci sono più “ le opere e i giorni” della campagna, non c’è più la campagna; rami, tronchi e radici sono fossili memorie di forme non più distinte, come tornare al caos primigenio; forme che “somigliano”. E come i volti umani, in altre incisioni di Carla Horat, somigliano radici, le radici suggeriscono antropologie e zoologie fantastiche, metamorfosi appena sbozzate e drammaticamente raggelate.
Giustamente Antonello Trombadori, presentando una mostra di Carla Horat, ha ricordato la distinzione che Bartolini faceva delle sue acqueforti: di “genere biondo” e di “genere nero”. Distinzione che atteneva allo stato d’animo e non al prevalere del nero sui fogli. Maestro del “genero nero” Bartolini considerava infatti Pietro Testa, incisore di acqueforti nitide ma misteriose. Come nitide e misteriose sono queste di Carla Horat.