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A petto d’uomo.
Rocco Crimi – 2016

La dendromanzia è l’arte divinatoria che viene fatta osservando il vento tra le foglie degli alberi, così i contadini percepiscono il cambiamento del tempo e parlano di “mutazione”. Se dovessi definire con un sostantivo l’opera di Carla Horat parlerei di mutazione e meglio ancora di Metamorfosi. C’è in Carla, volutamente ed inconsciamente , il tratto reale e surreale di Arcimboldo con una visione ed una sensibilità che va oltre il semplice divertissement.
Nel 1998, James Wandersee e Elisabeth Schussler ricercatori statunitensi, individuarono una patologia di cui soffre la maggioranza degli uomini, la plant blindness: l’incapacità di vedere le piante nell’ambiente circostante che conduce all’incapacità di riconoscerne l’importanza per la biosfera e le attività umane.
Carla Horat ne è immune, vede.

Sfoglio il libro del prof. Schicchi: “I grandi alberi dei Nebrodi”. Lo sguardo è attratto da una foto di ciò che dovrebbe essere un tronco di un albero di un colore e consistenza come di roccia, tutto ricoperto da muschi e vegetazione: il Grande Acerone di Caronia, il più vetusto acero d’Italia, circa mille anni, una chioma di 550 mq alto 24 metri e con una circonferenza di 12,60 metri. Mi chiedo, ed ho subito la risposta continuando la lettura, a quale altezza si misura la circonferenza di un albero? A petto d’uomo.
Centotrenta centimetri dal suolo è la misura che corrisponde circa all’altezza del petto di un uomo ed è misura d’amore perché effettuata con quella parte del corpo più vicina al cuore.
Credo che Carla Horat ami gli alberi, credo che ne abbracci i tronchi e che li guardi con gli occhi del cuore. Quando ancora si studiava il francese e quando ancora si studiavano le poesie a memoria la professoressa ne indicava qualcuna par coeur, del resto cos’è il ricordare se non l’atto di conservare nello scrigno del cuore i tesori della memoria.
Antonello Trombadori nel 1983 scriveva di Carla: Horat incide in Sicilia i suoi “ricordi di altrove.” L’altrove è sicuramente un’altrove geografico, il Nord delle foreste Svizzere, ma è anche un altrove metafisico come quello dei giardini di Palermo, così i suoi “alberi” sono reali e metafisici nello stesso tempo.

Ricordo un giorno di fine estate, la scuola iniziava ad ottobre e settembre non aveva fretta di essere classificato autunno; un temporale ci colse impreparati. Ero un bambino, stavo con mia nonna (“La signora” la chiamavano i contadini e “le donne” che lavoravano in campagna durante la raccolta delle nocciole), le furie del cielo si erano scatenate, trovammo rifugio nel casotto semi abbandonato del mezzadro.
Una decina di persone bagnate dentro una stanza tre metri per quattro, umida polverosa e sporca, tutto era buio tra un lampo e un tuono. La ‘gna Carolina una vecchia alta e magra di cui ho sempre avuto paura prende del sale e un coltello ed esce fuori recitando preghiere e tagliando i fulmini.

Era la prima volta che assistevo ad un incantesimo. Non so se fu Carolina a salvarci la vita o il Grande Gelso Bianco che ombreggiava la casa a pochi metri, ma un fulmine evitò di rovinare sul nostro rifugio colpendo invece il grande albero che si sacrificò per noi. Lo rividi dopo qualche giorno secco squarciato nero, fece pena a tutti e mia nonna si affrettò a farlo tagliare, non per necessità di legna, ma per nascondere alla vista qualcosa che avrebbe provocato dolore. Dolore che ho provato vedendo gli ultimi incendi boschivi e guardando l’acquaforte Gli alberi dei camosci di Carla Horat, lo stesso dolore che ha provato l’artista quando in Svizzera sotto il massiccio del Gottardo a pochi metri dal tronco ne percepiva l’odore acre del legno bruciato.

Se, come dice Angelo Pantaleoni presentando la Horat, << Le opere d’arte si descrivono da sole >> a me sembra che queste di Carla parlino di cose viste, che poi gli alberi siano per loro natura, entità metafisiche che mettono in rapporto la terra con il cielo, questo è un’altro discorso; in ogni caso l’artista li osserva nel migliore dei modi possibili, cioè dal basso, abbracciandone il tronco e sbirciando ritagli di cielo dall’intreccio dei loro rami ed è proprio questa prospettiva scorciata uomo_albero_cielo che trasforma tutti gli alberi di Horat nell’ Albero delle magie , l’albero per antonomasia, quello che tutti, da bambino, abbiamo dipinto su un foglio di carta.

 

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